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luogo d'incontro per gli attivisti del Partito Democratico

13 maggio 2008
Curare i matti senza imprigionarli

 mi corre l'obbligo di segnalarvi quest'altro articolo di Luigi Attenasio e Angelo Di Gennaro apparso oggi su LIBERAZIONE non solo perché ho dedicato un anno di volontariato a tale problematica ma perché fondamentalmente credo nella riabilitazione attraverso l'integrazione con la rete sociale
"Oggi, trent'anni fa, nasceva la legge 180, una legge che ha rivoluzionato il modo di occuparsi di salute mentale in Italia e il nostro stesso modo di essere. I manicomi vengono chiusi e sulle loro ceneri nascono i Dipartimenti di salute mentale che li sostituiscono in toto. Grazie a Franco Basaglia e a tutti coloro che hanno creduto a questa utopia: professionisti, amministratori, studenti, giornalisti e, soprattutto, utenti e i loro familiari. Senza di loro non sarebbe stato possibile immaginare la liberazione dalle catene della intrattabilità e della inguaribilità di migliaia di vittime della violenza isituzionale.
Se come dice Ken Loach «non si può capire il presente e progettare il futuro se non si conosce il passato», qualche ricordo personale: il manicomio di Arezzo, familiarmente "i tetti rossi", tra i pochi, in Italia, dentro la cinta della città, soffriva dell'extraterritorialità tipica dei manicomi. Andarvi era «andare laggiù» e uscirne era «andare in città». Si sviluppava tutto in discesa, dai cancelli («le catene») di ingresso, reparto dopo reparto, fino alle camerette per i «furiosi», poi per i «sudici», infine la camera mortuaria. Un inesorabile rotolare senza ritorno, regressione ritmata da cipressi, che, perduta la caratteristica aura toscana di alberi pieni di respiro e di vita, assumevano la generica fisionomia di alberi da cimitero. «In manicomio nessuna identità reggeva, gli uomini ridotti a vegetali, le donne senza sesso, i medici senza efficacia, gli infermieri schiavi. Persino gli alberi erano generici» (Lidia Campagnano). I manicomi: dimore nel senso di "demorari", indugiare, indugio/mora, tra-tenere, trattenersi senza fine, ma anche con-fine, fine della vita sociale, blocco; dimore, svuotate di soggetti attivi nel sociale e capaci di reciprocità; dimore affollate di corpi, puri volumi anatomici, espropriati dei vissuti, corpi/supporto, non più corpi/rapporto. Nulla a che vedere con il senso della casa, «spazio della immensità intima», «angolo del mondo», «il nostro primo universo», dove stare con se stessi, guscio del quotidiano, che ripara e protegge, essenziale per definire l'identità. Dell'originario "habitare", nel senso dell'avere, "habere", possedere, costitutivo della persona (in Sicilia «chi non ha, non è») nulla sopravviveva.
Sono gli anni in cui tutto diventa e sembra possibile. Gorizia, Arezzo, Trieste, Perugia, Ferrara…nessuno deve essere più rinchiuso, legato e internato a vita per motivi psichiatrici. Si rovesciano i significati e la logica: dalla protezione della società dal matto alla necessità di predisporre risposte che consentano di vivere una esperienza di crisi dentro i rapporti della propria esistenza, nei legami con la collettività. Persone, mute da anni, prima con balbettii appena accennati, poi con voce sempre più decisa e con impensabile capacità, a lungo sopita, stabiliscono collettivamente regole di convivenza democratica al posto di norme istituzionali preformate, rivendicando e conquistando dignità minime ma significative: un mangiare più umano, un diverso vestire, poter disporre di denaro. Riappare la speranza e alla vita ridotta a nuda vita, puramente animale ( zoè ), si sostitusce la vita nel senso civile del termine ( biòs ), la vita degna di essere vissuta. Si supera il concetto di pericolosità da cui discendeva l' appareil de force , custodialistico e repressivo della psichiatria. Non vi è solo una sostituzione tecnico-organizzativa, a una terapia un'altra per una migliore assistenza, ma una riconsiderazione complessiva dell'umanità tanto dei malati quanto dei sani. Non è determinante il cosiddetto progresso della scienza, per intendersi gli psicofarmaci, ma la riacquisizione dei diritti. Si va caratterizzando quello che chiamammo "stile di lavoro" da cui verrà fuori la 180: rifiuto definitivo di qualunque forma di istituzionalizzazione, centralità del lavoro territoriale, gestione aperta e "sociale" della sofferenza. Se si parla di terapia non se ne può parlare senza parlare di giustizia e libertà («La libertà è terapeutica», sta scritto sui muri del manicomio liberato di Trieste). Non "si ammala" il cervello ma la mente che non è nella scatola cranica ma fuori nelle relazioni della persona con le sue immediate vicinanze.
Muoiono i manicomi, ma non la manicomialità: come è ovvio, è più facile abbattere muri fisici che mentali. È per questo che nel corso del nostro lavoro quotidiano prestiamo un'attenzione particolare al ruolo che svolgono i pregiudizi, anche i nostri, nei confronti dei cosiddetti malati mentali: manteniamo sempre alto il nostro livello di vigilanza a che giudizi di inappellabilità non vengano ad inficiare un programma di lavoro e di cura. E'stato possibile passare da una concezione positivista della scienza (che vedeva il proprio oggetto di studio, il ricoverato nel manicomio, al di fuori del proprio spazio di osservazione), ad una concezione dove l'ottica viene capovolta e si afferma il principio secondo il quale chi osserva fa parte del fenomeno osservato. Con l'osservare/osservarci al di fuori del manicomio si è scoperto che la "terapia" non poteva che consistere nell'immergerci (noi e gli internati) nello scorrere del tempo sociale condiviso e nel vivo della vita quotidiana. Da "oggetti", osservati a distanza, a protagonisti della propria cura e della propria vita, gli ex ricoverati si sono reinseriti nel territorio, dimostrando l'inutilità e l'anacronismo di una struttura statica, rigida e di fondo repressiva come il manicomio. Il loro protagonismo ha garantito che da noi non vi fosse "modernizzazione senza progresso", a differenza che altrove, dove pur essendosi mosso qualcosa, lo è stato solo come abbellimenti istituzionali senza intaccare la fisicità del manicomio che continua ad esistere a fianco di servizi territoriali.
In Italia, i Dipartimenti territoriali di Salute mentale si configurano non soltanto come organizzatori di eventi finalizzati all'assistenza e alla cura dei cosiddetti malati mentali, ma anche come strumenti strutturati che utilizzano tali eventi consapevoli di essere punti di osservazione privilegiati dei meccanismi di funzionamento della società e affrontano così sia la sofferenza che le condizioni di rischio
Siamo parte di quella psichiatria che, a partire da Basaglia, ha considerato che c'è sempre una corrispondenza tra le tendenze macro economiche e la risposta che viene organizzata nei confronti della devianza e della sofferenza mentale.
Ecco perché nel corso degli ultimi anni il nostro Dipartimento si è posto in una posizione che potremmo definire prismatica: con "tutti i suoi occhi" rivolti verso il mondo, a 360 gradi. Non soltanto, quindi, si è occupato di "clinica" (mai i nostri utenti hanno bisogno di essere "osservati" a letto), ostacolando qualsiasi forma di intervento che riproponesse, sia pure per breve tempo, una logica istituzionale (internamento a lungo termine, elettroshock…), ma si è preoccupato di diffondere una cultura anti-istituzionale, lottare contro il pregiudizio e lo stigma, formare operatori e studenti alle nuove modalità di lavoro territoriale, sensibilizzare le istituzioni alla piena realizzazione della 180, soprattutto sul versante lavorativo ed abitativo, vigilare a che i governi in carica (leggi governi Berlusconi) non "mettessero le mani" sulla 180.


*presidente e direttivo Psichiatria Democratica Lazio"


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permalink | inviato da tore13 il 13/5/2008 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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